Il cuore, l’immaginazione, la scelta
E improvvisamente un essere come non ce n’erano mai stati prima fece la sua comparsa: l’uomo.
Era ancora acerbo nelle sue manifestazioni, eppure possedeva qualcosa di unico, meraviglioso, diverso da ogni altra specie alla quale, per certi aspetti, può sembrare somigliante.
Sono passati un’infinità di anni e, di vita in vita, di generazione in generazione, siamo cresciuti, abbiamo sbagliato, ci siamo corretti, qualche volta abbiamo ripetuto lo stesso errore, qualche volta ne abbiamo compreso il senso. Nulla è mai stato lineare: il nostro cammino è stato soprattutto il risultato del libero arbitrio.
E così oggi, in un momento storico in cui come umanità sembriamo tornare su alcuni vecchi errori e potenzialmente pronti a crearne di nuovi, forse dovremmo fermarci un istante.
Forse dovremmo tornare a guardarci dentro, come i grandi filosofi di ogni epoca ci hanno invitato a fare.
E anche certi studi simbolici e interpretativi legati al DNA – alcuni dei quali, più che scienza, sembrano suggestioni spirituali – ci riportano a una frase che, vera o metaforica che sia, ci interroga sempre: “Dio/eterno all’interno del corpo”.
E allora la domanda è naturale: se davvero custodiamo qualcosa di così profondo, perché non investire più tempo nel conoscerci e sviluppare ciò che è già potenzialmente in noi?
Si obietterà che la pigrizia spesso ha la meglio, che la tecnologia corre più veloce della volontà, che il canto delle sirene digitali è ammaliante, quasi inevitabile.
Ed è vero, lo è.
Ma non per questo dobbiamo arrenderci o cadere nell’illusione che delegare tutto a una macchina sia un progresso.
Non c’è nulla da demonizzare: molte scoperte scientifiche e tecnologiche hanno portato sollievo, possibilità, nuove forme di autonomia.
Tempo fa accennai proprio a questo: una tecnologia che aiuta una persona in una situazione estrema — come una paralisi, per esempio — non può certo essere rifiutata. Ma tra il sostegno alla vita e l’idea di farsi impiantare microchip per essere più performanti, connessi o “potenziati”, c’è un abisso. In mezzo sta il discernimento.
Se smettiamo di esercitare certe capacità, le disattiviamo.
Basta osservare una cosa semplice: dopo due o tre settimane di vacanza, tornare al ritmo lavorativo è difficile. E parliamo di un intervallo minuscolo. Figurarsi cosa può accadere nel lungo periodo se tutto ciò che fa parte della nostra sensibilità — immaginazione, percezione, presenza — viene continuamente sostituito da uno stimolo esterno programmato.
Penso ai bambini immersi nei giochi interattivi con visori: che impatto avrà tutto questo? Non solo sul corpo, ma sulle immagini interiori, sulla capacità di creare dal nulla, di stupirsi, di inventare mondi propri.
E la creatività, l’immaginazione, la visione interiore… sono alcuni dei nostri tesori più preziosi.
Proprio come non faremmo un rally in città solo perché la nostra auto arriva a 120 all’ora, così dovremmo ricordare che non tutto ciò che sappiamo fare è da fare.
La storia ce lo ha mostrato più volte: ci sono invenzioni utilissime, altre ambigue, altre dalle quali non si torna indietro (la bomba atomica è l’esempio più evidente).
Negli stessi campi dove si sono visti progressi straordinari — pensiamo alla diagnosi medica o all’implantologia — ci sono state sperimentazioni che hanno superato protocolli, etica, talvolta perfino leggi.
Nel mio ultimo libro, Nei panni di Morgana, la protagonista racconta come sia uscita da una paralisi grazie a un insieme di cure mediche, condizioni interiori, e anche di processi che alcuni studi attribuiscono ai neuroni specchio: la capacità di reagire allo stimolo osservato e forse anche a quello fortemente immaginato.
Molte cose non le conosciamo ancora di noi stessi. Molte sono da scoprire, altre da risvegliare.
Non si tratta di rinunciare alle comodità o alle scoperte, ma di affiancarle con qualcosa che troppo spesso dimentichiamo: un lavoro su di noi, sulla nostra interiorità, sul nostro cuore.
E sì, anche sui nostri limiti.
I film di fantascienza non sono il mio genere, ma come tutti ne ho visti alcuni: mondi senza sole, individui isolati, cieli oscuri, umani metà artificiali, manipolazioni genetiche, droni che controllano ogni gesto… scenari mai auspicabili.
Io non desidero un futuro così. Anche se alcuni elementi di quei film sono “usciti dallo schermo”, credo che possiamo immaginare altro. Credo che possiamo ancora scegliere.
Se siamo davvero, in qualche modo, “meraviglia incarnata”, allora il punto non è diventare altro, ma non diventare meno. Mettiamo “a fuoco” per non perdere ciò che ci rende sensibili, creativi, intuitivi, vivi.
Integriamoci tra di noi. Ascoltiamoci. Sforziamoci di non delegare tutto. Anche se la vita è spesso faticosa, non alimentiamo solo l’immagine di noi stanchi, fragili, soli. L’immagine ci segue, ci plasma.
Cerchiamo invece di sviluppare l’intuito per il nostro bene, la coscienza etica per il bene dell’altro e la sensibilità psichica per il bene del tutto. Alleniamo l’apertura del cuore, che resta il nostro vero motore.
Concluderei se vi va con una piccola proposta, semplice:
in queste sere, prima di dormire, spegnete tutto. Chiudete gli occhi e immaginate un unico gesto compiuto da voi durante la giornata che avete sentito “vivo”, autentico, che vi ha fatto pensare: questo ero proprio io.
Un gesto anche minuscolo, ma che sentite esprimeva qualcosa di profondo, inafferrabile, ma essenziale.
Tenetelo lì qualche secondo, respirate. Non serve altro.
È così che si ricomincia a coltivare la parte più preziosa dell’umano: quella che nessuna tecnologia potrà mai sostituire.




