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Quando la conoscenza dimentica le sue radici - Sogna il mondo che vuoi ®
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Quando la conoscenza dimentica le sue radici - Sogna il mondo che vuoi ®

20 Giugno 2026da MARINA

Uno scambio tra protagonisti della serie tv “Cuori”, con storie intrecciate intorno alle corsie di un ospedale di eccellenza della nostra meravigliosa Torino:

  • Come si fa a dimenticare un amore?
  • Non lo so, la scienza non lo dice

Aggiungerei che l’amore non si dovrebbe dimenticare nemmeno quanto ci ha fatto soffrire, perché quella sofferenza trasformata, ci può far maturare ed evolvere.

Se la scienza, o meglio un certo approccio metodologico, può aiutarci a sondare l’invisibile, l’Amore è quello che potrebbe aiutarci a non deviare e mettere scoperte e innovazioni al servizio dell’umanità e non del singolo individuo.

Infine, l’Amore è quella “cosa” di cui unicamente ti importerà davvero una volta arrivato alla fine del viaggio. Non il tuo conto in banca, non i titoli prestigiosi, non folle osannanti, non il potere, ma più avrai amato e più potrai partire per un nuovo “viaggio” con serenità.

E a proposito di amore e viaggi, proprio recentemente, i festeggiamenti di nozze di una giovane coppia mi hanno portato in luoghi nuovi, lontano dai ritmi frenetici cittadini, incontrando persone squisite e con storie uniche che sono in fondo alcuni dei veri “patrimoni”.

In quei giorni mi è tornata alla mente una frase che accompagna Morgana, protagonista del mio ultimo libro Nei panni di Morgana, quasi come una melodia interiore: “Vivo per amare, amo per vivere, sono vissuta nell’amore e lì tornerò.”

Al di là delle convinzioni personali, credo che questa immagine custodisca una domanda essenziale: quale valore avranno le nostre conquiste, le nostre conoscenze e perfino i nostri successi, se non sapranno contribuire a rendere più autentiche le relazioni, più umana la convivenza e più consapevole il nostro passaggio sulla Terra?

Ma torniamo ai viaggi, con i potenziali incontri che racchiudono. Spesso sono stati per me occasione di riflessione e fonte di visioni alternative. Che si tratti dei tragitti quotidiani in auto o con i mezzi pubblici, di lunghi percorsi in aereo verso mete desiderate o di spostamenti in treno, il viaggio sembra avere la capacità di mettere in movimento non solo il corpo, ma anche il pensiero.

Del treno conservo un ricordo particolarmente caro, legato all’infanzia e all’adolescenza. Erano viaggi brevi, da sola o con mia madre, in carrozze prive di aria condizionata e di molte delle comodità che oggi consideriamo indispensabili. Un’immagine dolce e malinconica racconta di momenti di vita condivisi negli scomparti. Quei piccoli luoghi dentro il luogo, spazi temporaneamente familiari che accompagnavano il passaggio da una destinazione all’altra lasciando il tempo di fantasticare, osservare il paesaggio e lasciare che i pensieri prendessero forma.

Oggi i collegamenti si sono moltiplicati, le distanze si sono accorciate e le opportunità di movimento sono aumentate enormemente. Eppure, insieme a questi vantaggi, sembra essersi smarrita quella che definirei una “lentezza giusta”: il tempo necessario non solo per arrivare a destinazione, ma anche per incontrare qualcosa lungo il percorso.

Giocando con le parole, oggi il tempo che più facilmente incontriamo è quello del ritardo che ci fa perdere una coincidenza o di convinzioni limitanti che ci bloccano in loop autodistruttivi.

Corriamo per guadagnare minuti e rischiamo di perdere presenza, ascolto e riflessione.

Forse accade qualcosa di simile anche nel nostro rapporto con il progresso.

Auto, autobus, treni e aerei sono tutti frutti dell’ingegno umano. Conquiste straordinarie che hanno trasformato la nostra esistenza, reso possibili incontri prima impensabili e ampliato gli orizzonti individuali e collettivi.

Come spesso accade, però, ogni conquista porta con sé anche nuove responsabilità e non sempre riusciamo a vedere le conseguenze di quelle che ci sembrano scelte o avvenimenti senza importanza.

Innegabilmente comunque viviamo in un’epoca incredibile in cui abbiamo accesso a strumenti potenti per osservare, comprendere e trasformare il mondo.

Le conquiste della medicina, della fisica, delle neuroscienze, della genetica e dell’intelligenza artificiale stanno modificando rapidamente il nostro modo di vivere, di lavorare e persino di pensare.

Molte malattie che per secoli hanno mietuto milioni di vittime oggi possono essere prevenute o curate. Possiamo comunicare istantaneamente con persone che si trovano dall’altra parte del pianeta. Abbiamo esplorato gli abissi degli oceani e osservato galassie lontanissime.

Sono risultati straordinari e sarebbe ingiusto non riconoscerne il valore.

Eppure, ogni nuova conquista dovrebbe portare con sé una domanda altrettanto importante: il progresso delle nostre capacità procede di pari passo con il progresso della nostra coscienza?

Nel corso della storia, la ricerca della conoscenza e quella di significato hanno spesso camminato insieme, mentre forse si sta delineando una separazione delle due strade: da una parte si è sviluppata una straordinaria capacità di analizzare e trasformare il mondo materiale; dall’altra si è andata affievolendo l’abitudine a interrogarsi sul senso profondo dell’esperienza umana, salvo relegarla a “roba da specialisti”.

Eppure, le due dimensioni non sono necessariamente in contrasto.

Cosa accadrebbe se ampliassimo il nostro sguardo? Se, accanto a ciò che possiamo misurare e osservare, imparassimo a interrogarci anche su ciò che genera significato, relazione, vita e coscienza? E se il rigore dell’indagine potesse accompagnarci nell’esplorazione di aspetti della realtà che non abbiamo ancora imparato a comprendere pienamente?

La conoscenza è un bene prezioso.

Studiare, approfondire e comprendere il mondo rappresentano tra le più nobili aspirazioni dell’essere umano. Ogni generazione costruisce il proprio futuro anche grazie al sapere ricevuto da quelle che l’hanno preceduta.

Il  valore di una persona, tuttavia, non coincide mai interamente con ciò che sa, con il ruolo che ricopre o con i titoli che possiede.

Le competenze possono aprire possibilità straordinarie, ma è il modo in cui vengono messe al servizio della vita a determinarne il significato.

Esistono persone di grande cultura incapaci di ascoltare e persone prive di riconoscimenti prestigiosi capaci di portare coraggio, equilibrio e umanità ovunque passino.

Perché ciò che illumina il mondo non è soltanto l’intelligenza delle idee, ma anche la qualità del cuore che le accompagna. Allo stesso tempo occorre usare conoscenze, competenze ed esperienze per evolvere.

Le grandi innovazioni del nostro tempo ci pongono davanti a interrogativi nuovi che nessuna tecnologia può risolvere al posto nostro.

Che cosa significa essere umani? Quale futuro desideriamo costruire?

Sono domande che non appartengono soltanto agli specialisti, ma a ognuno di noi.

La storia insegna che nessuna scoperta è buona o cattiva in sé, semplicemente gli strumenti amplificano le intenzioni di chi li utilizza.

Le innovazioni che migliorano la vita possono essere utilizzate per creare nuove opportunità oppure nuove forme di dipendenza, controllo e concentrazione del potere.

Non è la conoscenza a essere pericolosa.

Lo diventa quando viene guidata esclusivamente dalla ricerca del profitto, dal desiderio di dominio o dall’illusione che tutto ciò che è possibile debba necessariamente essere realizzato.

Da una parte esiste la tentazione di superare ogni limite senza interrogarsi sulle conseguenze. Dall’altra quella di ridurre l’essere umano a una funzione, a un dato o a un meccanismo.

Tra questi due estremi si apre uno spazio più difficile ma anche più fecondo: quello dell’equilibrio consapevole.

Abbiamo sviluppato enormemente il potere di agire sul mondo, ma non sempre con la stessa intensità abbiamo coltivato la capacità di comprenderne le conseguenze più profonde.

Siamo diventati molto abili nel rispondere alla domanda sul “come”, meno alla domanda sul “perché”, o “per quale fine”.

Forse il vero passo evolutivo che ci attende non consiste nel rallentare lo sviluppo scientifico né nel guardare con nostalgia al passato.

Consiste nel ricongiungere ciò che è stato separato: Scienza e Spirito.

Le scoperte che oggi ci sorprendono diventeranno presto normalità. Gli strumenti che stiamo sviluppando entreranno nelle mani di coloro che costruiranno il mondo di domani.

Quali valori guidano le scelte che determineranno il futuro?

Torniamo per un momento ai mezzi di trasporto e concediamoci un piccolo salto d’immaginazione.

Siamo nell’anno 3050.

Qualcuno ha inventato una forma di teletrasporto oppure l’essere umano ha sviluppato capacità che oggi possiamo soltanto intuire.

In un istante potremmo raggiungere qualunque luogo. La domanda davvero importante non è come arrivarci, ma cosa troveremo una volta arrivati?

Abbiamo davanti sfide immense e a disposizione strumenti straordinari. Forse possiamo imparare a usarli senza perdere ciò che ci rende umani, trovare il modo di accogliere le conquiste della scienza senza trasformarle in nuovi assoluti e, al contempo,  cercare il miglioramento senza cadere nella presunzione.

Forse il compito del nostro tempo non è trovare tutte le risposte, ma mantenere vive le domande essenziali.

Quelle che ci aiutano a non perdere la direzione, che ci ricordano che, oltre a ciò che sappiamo fare, conta ciò che scegliamo di essere.

Perché il punto non è quanto potere avremo, ma chi saremo quando lo avremo.

 

 

 

Per chi vuole continuare il viaggio

Per una sola giornata prova a osservare ciò che utilizzi senza darlo per scontato.

Lo smartphone che hai in tasca.

Il treno che ti porta a destinazione.

Il GPS che ti indica la strada.

L’intelligenza artificiale che risponde a una domanda.

Per qualche istante fermati e chiediti:

Quante conoscenze, quante persone, quante scoperte e quante generazioni sono state necessarie perché questo strumento arrivasse fino a me?

Poi aggiungi una seconda domanda:

In che modo sto usando questa possibilità?

Mi rende più libero?

Più consapevole?

Più connesso agli altri?

Oppure mi allontana da qualcosa che considero importante?

Non cercare risposte immediate.

Limitati a osservare.

A volte una buona domanda può insegnarci più di molte risposte.

 

 

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MARINA

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a cura di Marina Pillon