Esistono forme di parassitismo che non si vedono a occhio nudo, forme che non vivono soltanto nei corpi biologici ma anche nei sistemi, nelle organizzazioni, nei pensieri collettivi, nelle relazioni umane.
Un parassita, per sopravvivere, ha bisogno di energia da assorbire e soprattutto di qualcuno che non veda il meccanismo.
Forse è anche per questo che, quando una struttura teme di essere osservata davvero, nasce quasi sempre il bisogno di creare un colpevole esterno, di spostare l’attenzione, alimentare paura, indicare un bersaglio, generare conflitti superficiali mentre lo sguardo smette lentamente di vedere ciò che conta.
Accade nelle organizzazioni, nella politica, nei gruppi umani, nelle relazioni personali, ovunque l’essere umano perda presenza, lucidità e capacità di discernimento, iniziando a cercare fuori ciò che non riesce più a sentire dentro.
Esistono strutture che prosperano proprio lì, nella paura, nel conformismo, nella dipendenza emotiva, nel bisogno di appartenenza, nella stanchezza interiore di persone sempre più scollegate dal proprio centro.
In questi giorni si torna a parlare di virus, contagi, nuovi allarmi, nuove emergenze e basta una parola, come virus, epidemia, rischio, per riattivare immediatamente nella memoria collettiva tutto ciò che forse non è stato davvero elaborato: la paura, la chiusura, la diffidenza, quella tensione continua rimasta sospesa negli ultimi anni.
Raramente però ci si ferma a guardare il contesto umano.
Non si pensa abbastanza a quante persone vivano oggi sradicate dalla propria terra, costrette in spazi precari, sotto tende improvvisate, in luoghi dove il piccolo fuoco acceso di un fornello diventa quasi l’ultimo e unico simbolo di casa e sopravvivenza.
Dopo guerre, fughe, catastrofi o povertà arrivano altri rischi, altri squilibri, altri strappi:
incendi, malattie, sporcizia, topi, violenza, approfittatori, nuovi mosaici da comporre con pezzi rotti, mancanti o appartenenti a un disegno diverso.
Le azioni hanno quasi sempre conseguenze molto più ampie di quelle che riusciamo a vedere nell’immediato e ogni trauma collettivo apre spazi invisibili nei quali proliferano non solo parassiti biologici, ma anche parassiti psicologici, sociali, morali.
Più una comunità perde stabilità, più cresce il bisogno di semplificare, trovare un responsabile, ridurre la complessità a slogan comprensibili e veloci.
Forse anche per questo la realtà umana viene raccontata sempre meno nella sua fragilità autentica.
Esiste infatti una forma di ingiustizia silenziosa che molti conoscono bene:
accade quando una persona sostiene per anni pesi enormi, cerca di riparare problemi, colmare vuoti, evitare danni peggiori assumendosi responsabilità che altri evitano, poi arriva un momento di stanchezza, una svista, un errore umano, magari intrecciato a eventi imprevedibili o eccezionali, e improvvisamente tutto il lavoro precedente sembra sparire.
Paradossalmente chi vive ogni giorno nella superficialità può apparire più irreprensibile di chi ha portato avanti il peso delle situazioni reali, quasi come se il sistema non riuscisse più a distinguere la fragilità umana dall’irresponsabilità cronica.
Semplificare è più facile che comprendere. Talvolta l’unico modo per non “annegare”.
Forse uno dei problemi più profondi del nostro tempo nasce proprio qui, nel generalizzare e nell’impoverimento del linguaggio.
Un linguaggio sempre più veloce, ridotto, aggressivo, schematico, fatto di parole che riempiono lo spazio, distraggono, producono reazioni immediate ma raramente aiutano davvero a comprendere.
Quando il linguaggio perde profondità, anche il pensiero perde profondità e un essere umano che non riesce più a nominare ciò che sente difficilmente riuscirà anche a comprenderlo davvero.
La paura diventa rabbia indistinta, il disagio si trasforma in aggressività, la complessità viene schiacciata dentro slogan, etichette, contrapposizioni continue.
Tutto allora diventa confuso: informazione e propaganda, cura e controllo, responsabilità e colpa, prudenza e paura.
Alcune visioni spirituali dell’essere umano parlano da tempo di questo fenomeno e descrivono forze che spingono verso la meccanizzazione della vita, verso una forma di intelligenza separata dalla coscienza, dove l’essere umano rischia di diventare funzione, numero, ingranaggio.
In quella condizione anche l’altro smette lentamente di essere percepito come essere umano e diventa mezzo, ostacolo, strumento, funzione.
La parte più delicata però è forse un’altra: questi meccanismi non esistono soltanto fuori da noi.
Esistono anche dentro di noi, nel corpo quando perde equilibrio, nella mente quando si alimenta continuamente di paura, giudizio e dipendenza, nell’anima quando si allontana dalla propria individualità cosciente. Nell’abitudine che diventa automatismo meccanico che si rafforza ogni volta che si ripete e contemporaneamente indebolisce la vita interiore.
Il bisogno continuo di trovare un colpevole dovrebbe forse interrogarci anche per questo, perché spesso il colpevole serve a non vedere il sistema, mentre il sistema, a sua volta, diventa anche un modo per non vedere noi stessi.
Più cresce il rumore esterno, più diminuisce l’ascolto interiore.
Il rischio allora è quello di delegare lentamente la propria libertà, la propria capacità di pensare, la propria responsabilità, la propria coscienza.
Il problema non è soltanto ciò che ci controlla dall’esterno, ma anche tutto ciò a cui rinunciamo interiormente per paura, comodità o bisogno di protezione.
Nessun cambiamento profondo può nascere soltanto da misure politiche, ideologiche o repressive, perché senza presenza e consapevolezza qualunque essere umano interiormente addormentato diventa terreno fertile per forme diverse di colonizzazione invisibile.
È un momento faticoso, lo so.
Proprio in questi giorni, parlando con alcune “colleghe” e “sorelle”, ci siamo dette quanto sia necessario fare uno sforzo ancora più attento per mantenere viva l’attenzione sull’anima, perché nessuno è impermeabile, nessuno davvero escluso da ciò che sta attraversando questo tempo.
C’è chi racconta e si lamenta di più, chi invece prova a imprimere un’energia diversa dentro ciò che vive.
In questo periodo mi accorgo di quanto anche pochi minuti di ascolto consapevole, di respiro, di silenzio, di movimento lento possano aiutare a non disperdere completamente energia e attenzione, quasi a ricordare al corpo e all’anima che esiste ancora un centro a cui tornare.
Se hai piacere, se in qualche modo queste parole ti risuonano, dedica anche solo due o tre minuti a un piccolo esercizio di presenza.
Una mano sul cuore e una sulla gola, poi, semplicemente, ascolta e domandati:
Quali emozioni mi stanno attraversando davvero?
Cosa sento mio e cosa appartiene invece a paure collettive o a vecchi bagagli che continuo a portare?
Cosa posso lasciare andare?
Che nome potrei dare a quella stanchezza confusa, a quel nervosismo sottile, a quel senso di peso che a volte non riesco nemmeno a spiegare?
Forse il primo antidoto ai meccanismi invisibili nasce proprio lì, nel momento in cui torniamo a sentire con sincerità ciò che accade dentro di noi.
Un abbraccio.
Marina




